Riscaldamento globale, Cop21 non basta

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Dal 30 novembre all’11 dicembre a Parigi si porranno le basi per contenere l’aumento della temperatura a due gradi. Ma secondo numerosi studi scientifici non sarà sufficiente

Gli oceani si innalzano. I ghiacciai si sciolgono. Le specie animali si estinguono. E gli uomini continuano a estrarre e bruciare combustibili fossili.

La vita non sarà più la stessa su questa terra a questi ritmi. La comunità scientifica ha calcolato che, in assenza di tagli delle emissioni di gas serra, la temperatura sul pianeta potrebbe salire di 4 o 5 gradi centigradi con inevitabili e irreversibili conseguenze.

Qualcosa, invero, si è mosso; qualche impegno è stato assunto, portando l’innalzamento previsto a 2,7 gradi Celsius. Ma è ancora poco. Questo sarà l’argomento al centro di Cop21, conferenza internazionale sui cambiamenti climatici in programma a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre.

I lavori sono stati preceduti dalla pubblicazione di un rapporto di 66 pagine (leggi qui), presentato alla fine di ottobre a Berlino. Centoquarantesei nazioni si confronteranno alla ricerca di un obiettivo comune, quello di contenere l’innalzamento della temperatura globale di 2 gradi.

Un grande risultato? Chi esulta non considera alcuni dati, già diffusi negli ultimi anni da centri di ricerca ed enti governativi.

Due gradi in più sul termometro del pianeta non riusciranno a evitare immani catastrofi dovute all’innalzamento degli oceani e alla loro acidificazione, alla mutazione della corrente del Golfo, e all’aumento di venti climatici estremi.

Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto i più alti livelli «in 800 mila anni», si leggeva nel 2014 in un rapporto del Gruppo di esperti sul clima dell’Onu (Ipcc).

«Resta poco tempo», aggiungevano gli scienziati riuniti sotto la bandiera delle Nazioni unite, che ponevano a due gradi le “colonne d’Ercole” della temperatura globale.

Nello stesso anno veniva pubblicata un’altra ricerca, a cura del Potsdam institute for climate impact reserach. L’istituto tedesco ipotizzava un aumento del livello degli oceani direttamente proporzionale e quello della temperatura, nella proporzione di 2,3 metri per ciascun grado di aumento della temperatura.

«Un aumento del livello del mare di 2 metri sarebbe sufficiente a sommergere tratti di terra come la Florida o il Bangladesh. Uno scenario che, secondo alcuni, è già irreversibile nel lungo periodo» commentava il Cetri, il Circolo europeo per la terza rivoluzione industriale. L’associazione è nata nel 2010 ed è composta da cittadini europei ed esperti in vari settori delle scienze economiche, tecniche e sociali che condividono la visione di un nuovo modello energetico proposto da Jeremy Rifkin, e illustrate nel suo libro “La Terza Rivoluzione Industriale”.

E, alla considerazione che già con un “+2° C” lo scenario terrestre potesse mutare considerevolmente, era giunto uno studio pubblicato nel 2013 sulla rivista Plos One.
''Valutare i cambiamenti pericolosi del clima: la necessaria riduzione delle emissioni per proteggere i giovani, le generazioni future e la natura'' il titolo di un articolo firmato da 18 ricercatori capitanati da James Hansen, ex scienziato della Nasa ora alla Columbia University

L’aumento di 2 gradi, si legge, «avrebbe conseguenze che possono essere definite». Conseguenze che potrebbero manifestarsi in «un innalzamento di diversi metri del livello del mare», aggiunto a un «incremento degli eventi estremi, già visibile con un riscaldamento di 0,8 gradi».

«Le barriere coralline e le specie associate – continuavano i diciotto -, già provate nelle condizioni attuali, sarebbero decimate dall'aumento dell'acidificazione delle acque, delle temperature e del livello del mare».

Contenere l’innalzamento termico a un grado, al contrario, potrebbe “salvare” le condizioni di vita attuali sulla Terra. Una variazione climatica che – sosteneva la ricerca del 2013 - non si discosterebbe da quelle già affrontate negli ultimi diecimila anni. E che permetterebbe alla biosfera e al suolo di catturare una parte considerevole dell’anidride carbonica (CO2) emessa dall'uomo.

La conferma della soglia di 1 grado Celsius come limite alle trasformazioni irreversibili giunge da un altro studio, realizzato dal dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Oxford e pubblicato nel febbraio 2013 su Science.
Gli scienziati, guidati dal professor Anton Vaks, avevano focalizzato l’attenzione sul permafrost, lo strato di terreno ghiacciato che costituisce circa un quarto della superficie totale delle terre emerse (il 20% del globo, e il 24% dell'emisfero settentrionale). Terreni ricchi di metano (CH4), gas serra considerato molto più insidioso della stessa anidride carbonica.

La liberazione di metano porterebbe dunque a conseguenze irreversibili e in larga parte ancora imprevedibili. Tale liberazione oggi è già in atto, con conseguenze preoccupanti. Lo dimostrano i crateri documentate e febbraio 2015 in Siberia a seguito di violente esplosioni del terreno congelato. Un innalzamento a 1,5 gradi centigradi porterebbe a una drammatica accelerazione di questo processo.

Nel 2008, sette anni prima del Cop21, un documentario del National geographic illustrava all’umanità cosa potrebbe accadere al pianeta in caso di aumento delle temperature. Sei scenari, realizzati complessi modelli climatici, uno per ogni grado centigrado in più.

A +1° C, migliaia di case costruite lungo la Baia del Bengala verrebbero sommerse e nel Sud Atlantico comincerebbero a scatenarsi uragani. A + 2° C toccherebbe ai ghiacciai della Groenlandia: la rapidità del loro scioglimento decreterebbe la quasi certa condanna dell’orso polare. In Canada, la tundra si trasformerebbe in foresta.

Di foresta in foresta: a +3° C l’Amazzonia diventerebbe una savana e la neve potrebbe scomparire dalle vette alpine. Un aumento di 4 gradi sarebbe la fine di Venezia, mentre spiagge dei paesi scandinavi diventerebbero le nuove mete del turismo balneare. Un altro grado in più metterebbe in crisi l’erogazione di acqua in città come Los Angeles o Il Cairo. A + 6° C gran parte della Terra sarebbe un deserto e gli oceani sarebbero completamente blu: ogni forma di vita sarà morta.

Senza contare le conseguenze in campo medico. Uno studio è stato pubblicato nel 2009 e porta la firma dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, un’altra agenzia del’Onu come lo stesso Ipcc.

Cinque le principali conseguenze del cambiamento climatico per la salute.

Siccità e inondazioni porterebbero all’esasperazione del fenomeno della malnutrizione, specie nei pesi contraddistinti da un’agricoltura di sussistenza, oltre a causare sempre più vittime e aumenterebbero il peso delle malattie diarroiche, già oggi la seconda più importante causa infettiva di mortalità infantile.

Ondate di calore, soprattutto nelle città, possono aumentare direttamente la morbilità nei soggetti a rischio (anziani, malati) e il livello di ozono troposferico, accelerando l’inizio della stagione dei pollini e quindi contribuire alla diffusione e gravità di malattie asmatiche e di altre forme di allergia.

Un mutato scenario climatico porterebbe, infine, a una nuova distribuzione geografica di insetti vettori: malaria e dengue potrebbero giungere in aree del globo oggi immuni.

E, quindi, tra quindici giorni a Parigi ci si incontrerà per fermare la folle corsa della temperatura globale a due gradi in più rispetto a oggi, ma Cop21 appare già superato dagli studi noti da anni.

L’ultimo, in ordine di tempo, è stato elaborato dall'istituto di ricerca Climate Central e pubblicato la scorsa settimana. A +2° C, il livello dei mari continuerà ad alzarsi per coprire territori nei quali vivono oggi 280 milioni di persone.

«Un riscaldamento di +2 gradi centigradi rappresenta una minaccia per l'esistenza a lungo termine di numerose grandi città e regioni costiere», sottolinea Ben Strauss, uno degli autori. Con il limite salutato come una vittoria alla vigilia di Cop21, la crescita del livello dei mari sarà di 4,76 metri. A 1,5 gradi, obiettivo richiesto dai paesi più vulnerabili, come quelli insulari, l'elevazione resterà di 2,9 metri e la popolazione colpita di 137 milioni.

La lista delle città che potrebbero finire parzialmente sott'acqua è lunghissima. Si parla di Hong Kong, Calcutta, Dacca, Giacarta, Shanghai, Mumbai, Hanoi, Rio, Buenos Aires, New York e Tokyo.


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