La lezione dell’Isola di Pasqua. Capitolo II

Condividi l'articolo
FaceBook  Twitter  

 

Da luogo incantato a desolata prateria. Ascesa e crollo di una civiltà e del suo territorio, fino al cannibalismo. Lo studio dei reperti archeologici e l’autodistruzione della civiltà dei moai

Cosa ha portato alla distruzione del territorio nell'Isola di Pasqua? Nella prima puntata, sono stati analizzati i risultati cui hanno portato le moderne ricerca della palinologia. lo studio dei pollini fossili.

Determinante ai fini della ricostruzione della storia dell’isola anche gli scavi del paleontologo David Steadman, che hanno permesso di tracciare le abitudini alimentari della popolazione. Ossa di focena (un cetaceo simile al delfino) e di uccelli (tra cui civette, aironi, pappagalli e ralli) sono state rinvenute negli strati più antichi, pollame e topi in quelli successivi. E ossa umane in quelli più recenti.

Sommando i risultati della palinologia allo studio delle ossa, si è ipotizzata la parabola della civiltà indigena. Attorno al 1400, assieme alle palme scompaiono le ossa delle focene: terminata la materia prima con cui fabbricare le imbarcazioni per dare la caccia ai cetacei, cambia la dieta degli abitanti. Anche di volatili non c’è quasi più traccia, segno di una loro estinzione o di una definitiva migrazione.

Senza più uccelli diminuirono bruscamente le impollinazioni e quindi cominciò l’inesorabile impoverimento della flora. Tagliati e bruciati gli alberi, anche per trasportare i giganteschi moai da innalzare a gloria perenne, non potendo più dedicarsi alla pesca, senza più fauna volatile da cacciare, gli isolani presero ad allevare polli. E a cibarsi anche di topi, sempre più diffusi a causa della scarsa competizione animale. Topi, è bene ricordare, certamente portati dai primi sbarchi polinesiani. Topi che si cibavano anche dei germogli delle piante, contribuendo alla loro scomparsa.

Il taglio della vegetazione superò la sua capacità di rigenerarsi. Senza la protezione degli alti fusti, l’isola subì una rapida erosione marina e da allora è preda di forti raffiche di vento. Una combinazione di fattori che portò alla definitiva scomparsa di vegetazione e al collasso ecologico.

Cambiò anche la religione: senza più moai da innalzare, la popolazione si votò al culto dell’Uomo uccello. Un cambiamento radicale che si riflesse nella società.

In ultimo, il cannibalismo. La grande quantità di ossa umane nei mucchi di rifiuti rinvenuti durante gli scavi non lascia dubbi sulla pratica dell’antropofagia. Un aspetto oggi sottaciuto dai discendenti degli antichi abitanti dell’isola, ma corroborato anche da alcuni racconti arrivati sino a oggi.

Una società, dunque, che in pochi secoli passò dall’arrivo in una terra fertile alla sua distruzione. Lo dimostrano gli imponenti moai: costruiti all’apice dello sviluppo, divenuti monumenti a un passato glorioso e poi abbattuti negli scontri di una società ormai impazzita. Saltati gli schemi gerarchici, in preda a lotte fratricide per la sopravvivenza, agli isolani non restò che nascondersi nelle grotte e cibarsi dei propri simili. Questo lo scenario presentatosi ai navigatori occidentali nel XVIII secolo.

L’ultima statua fu abbattuta nel 1864. Del popolo di polinesiani che a bordo di zattere giunse su una sperduta isola tra Asia e America restava solo il nome.

Sfruttamento delle risorse senza limite, avidità, spregio dell’equilibrio della natura, cecità gli errori compiuti in pochi secoli nell’isola di Pasqua. Un microcosmo che ne ricorda altri. Fluttua nello spazio il nostro pianeta, un’isola nella materia oscura. I suoi abitanti ne stanno sfruttando senza limite le risorse, ogni giorno di più.

Uno scenario analogo a quanto accaduto nel Pacifico. C’è una sola differenza: oggi sappiamo ciò che è successo pochi secoli fa. Il sacrificio di una civiltà è una lezione per tutto il genere umano.

 

Condividi l'articolo
FaceBook  Twitter