La lezione dell’Isola di Pasqua. Capitolo I

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Da luogo incantato a desolata prateria. Ascesa e crollo di una civiltà e del suo territorio, fino al cannibalismo. L’isola e lo studio dei pollini

Come un vetrino in un laboratorio, un luogo può illustrare ciò che attende il pianeta terra.

È una sorta di microcosmo, isolato dal mare e dai venti, in cui l’essere umano ha sperimentato e raggiunto la propria autodistruzione. Un percorso lungo secoli. Ogni giorno un passo inconsapevole verso il baratro, fino al punto di non ritorno. Oggi l’Isola di Pasqua è pittoresca meta turistica, un triangolo battuto dai venti nel sud dell’Oceano Pacifico. Affascina con le sue gigantesche statue, i moai; inquieta per la sensazione di silenzio e solitudine di fronte alla natura.

Fu scoperta verso la fine del 1600, ma il primo occidentale a mettervi piede fu un olandese, nel giorno di Pasqua del 1722. Da allora, il solito rito di conquiste e spedizioni. Flussi che, come è sempre accaduto nella storia, portarono sulle coste anche agenti patogeni e parassiti. La popolazione ne venne decimata, e quelli che sopravvissero divennero merce per il mercato degli schiavi. Oggi su Rapa Nui, questo il nome indigeno del luogo, dopo alterne e non certo progressive vicende sventola la bandiera cilena.

Ma la storia recente è ben poca cosa rispetto a quanto avvenuto nei secoli precedenti all’arrivo dei colonizzatori europei.

Al loro sbarco, la popolazione contava su poche migliaia di abitanti, ridottesi ad addirittura 111 nel 1877. Nulla rispetto alla magnificenza delle sculture erette dai loro antenati. Gli esploratori vollero capirci di più, da qui le campagne di scavi che hanno permesso di far luce sulla storia dell’isolotto vulcanico.

Innanzitutto l’origine della popolazione. L’elevata distanza dell’isola dalla terraferma e dalle altre isole (3.800 chilometri dal Cile, 4.263 da Tahiti e 2.250 dall'isola di Pictarin) ha spinto gli studiosi a interrogarsi sugli avi degli indigeni. La teoria che vede una colonizzazione di popolazioni di origine polinesiana, ipotizzata dallo studio delle loro tipiche imbarcazioni, è stata confermata in epoca contemporanea da esami al dna sui resti umani: gli indigeni arrivarono sull’isola attraversando il Pacifico da un qualche luogo dell’arcipelago.

La civiltà dell’isola conobbe diverse fasi. La prima sembra esaurirsi dal V al IX secolo d.C.. Seguita da un periodo di intenso sviluppo, in cui la popolazione si accresce fino a raggiungere quota 15mila. Un periodo di eccezionale sviluppo, seguito da un declino senza soluzione di continuità, fino all’istantanea che si presentò ai primi colonizzatori europei: una terra brulla e desolata.

A queste conclusioni si è giunti attraverso la palinologia e l’analisi dei reperti archeologici. Lo studio dei pollini fossili, reso possibile dall’analisi dei sedimenti con il metodo del carbonio 14, consente di tracciare una storia di abitudini alimentari, flora, condizioni climatiche e ambientali dei popoli del passato.

Le analisi hanno permesso di venire a capo dei dubbi e svelato il processo quanto accaduto sull’isola.

Dai sedimenti si è ipotizzato che circa 30mila anni fa, l'Isola di Pasqua era ricoperta da una fitta vegetazione di tipo subtropicale. Tra miriadi di palme tropicali, piante a basso fusto, specie erbacee e felci, hanno attratto l’attenzione degli studiosi pollini di "hau hau" (l'albero della corda) e di "toromiro" una pianta pressoché estinta (sopravvive ancora oggi in qualche giardino botanico).

Intorno all’anno 800 d.C., le prime avvisaglie dei grossi cambiamenti cui andò incontro l’isola. La palinologia ha rivelato le tracce di una grande quantità di alberi bruciati; un percorso che non si arresta nei secoli successivi, sempre più poveri di pollini di alberi ad alto fusto e di palme e sempre più ricchi di pollini di specie erbacee. In sei secoli, siamo nel 1400, tutta la foresta di palme scomparve. Restano tracce di Hau hau e toromiro.

Da luogo lussureggiante a prateria. Le conseguenze per la popolazione furono devastanti: questo il motivo del brusco calo demografico.

I continua

 

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